"Nomade
del Vesuvio". Vale a dire nomade del fuoco. "Nomade" fa da
pendant a "nome":
ou-ònoma: "colui che non ha nome" e, dunque, l'indefinibile
(: che non ha confini).
ll sottotitolo a questo nuovo CD di Tony Cercola è in effetti "viaggio
senza meta tra suoni e voci", come se fossimo in presenza-ascolto di
un musicista yiddish le cui composizioni sono notoriamente una koinè
culturale tra la propria tradizione e quella degli stati dove si ferma per
poi ripartire. Nomade è colui che erra. Intendo "errare"
qui nel duplice significato di "errore" e della conseguente percezione
di "errare-vagare”.
Ma stiamo parlando di un percussionista vesuviano. Dunque dobbiamo assumere
l'angolo di visuale del Vesuvio per comprendere le trame acustiche presenti
nel CD che sono, poi, quelle del fuoco. E infatti i ritmi percussivi di Cercola
(il cui cognome, tra l'altro, significa "quercia", altro elemento
dionisiaco) richiamano nei loro picchi e subtoni il movimento del fuoco: basta
osservare come si comporta una fiamma. II pezzo "commemorativo"
del Vesuvio, fatto di pietre rotolanti, nenie ad occhi chiusi e lallazioni
gutturali, in un'atmosfera indaco, è un pezzo di alta concentrazione
intellettuale e storica: la Ghè-mèter (Demetra) , la terra madre,
la vergine di sangue nero, appare in tutta la sua potenza, nella sua e nostra
terribilità sacra, grazie a un canto interrotto e al sonaglio dei cimbali
da Coribanti.
E', come in un'antica musica voodoo e magica, una, vocazione rituale.
La trama sonora che lega i testi musicali si aggira per il Mediterraneo, con
molte soste andaluse, e formano, nel loro susseguirsi e scomporsi per brevi
blocchi, un opus cementicium dove si aprono crepe grazie alla melica e alla
napoletanità degli interpreti. In ciò si individua il desiderio
di riproporre Napoli, fin dal neapolitan power, a un ruolo di capitale della
cultura musicale.
Penso che i poeti del Sud (parlo per me, ma non solo) dovrebbero essere grati
a Cercola, Gragnaniello, i Bennato, Daniele, Faiello, i 24 Grana per la loro
capacità di comunicare come si faceva prima di S. Agostino col quale,
notoriamente, il silenzio cominciò a essere inteso come la musica più
vera e più vicina all’essere. Da allora le due gemelle, poesia
e musica, presero strade diverse. Dante, per quanto innamorato dalla musica
trovadorica, rincarò la dose e fece il solco più profondo: lui
poteva permetterselo. Negli autori citati emerge da subito la loro capacità,
nativa, di essere "cantori", come ancora capita con i poeti di lingua
greca dell' Aspromonte e, ascoltando il CD, viene spontaneo pensare alla poesia
orale vs. quella scritta e alla musica orale vs. quella sullo spartito. In
tal senso Cercola è un musicista orale. Del resto, basta leggere la
sua biografia e com’è giunto a essere un "percussautore".
Se, secondo un mio individuale saper-sentire, il pezzo sul Vesuvio ha il colore
indaco, l’ultimo brano ha un colore fosforescente, quasi un rosa shoking.
Ho ascoltato ad occhi chiusi e con le orecchie chiuse perché il pezzo
è stato composto per i bambini autistici e ho visto una tabella illuminata
con dei numeri fucsia: evidentemente ho pensato ai bambini autistici e alle
tabelline.
A parte
il linguaggio omologo tra scrittura e pittura, non posso non ricordare, sul
versante dell'ascolto, la magistrale lezione di Kandinskji sulla sonorità
dei colori. Credo, a tale riguardo, che la musica di Cercola sia dominata,
tra vene d'azzurri, dal giallo-arancione, con le sue sfumature verso il marrone
(il colore della zolla) e il rosso (tizzone, lava, fuoco). Vale a dire il
colore che, secondo la cultura dei chakra, è quello della compassione
universale.
Che Cercola,
a tale riguardo, sia un musicista del cuore mi sembra proprio acusticamente
evidente. E' il cuore che si ferma quando uno muore e il battito è
raccolto dal, continuando nel, tamburo rituale. E' il tamburo che ricorda
e, come si sa, "ricordare" significa "riportare al cuore".
Ma quali
sono questi ricordi? Sono quelli che ci suggeriscono le acque sonore e il
fuoco timbrico che danno il senso di una diffusa nostalgia (come quella delle
sue prime composizioni), una nostalgia senza confini e, pertanto, indefinibile.
E' appena il caso di "ricordare" che la "nostalgia” (in
Brasile, terra a noi vicina, molti soffrono di attacchi di “soledad”)
caratterizza i nomadi, chi viaggia senza una meta che non sia lo stesso viaggio
e che significa "dolore del ritorno" (del riportare al cuore).
Nel caso di Cercola è un "dolore del ritorno, nel ritorno".
Mimmo Grasso